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Cos'è la prima infanzia?

  • 17 apr
  • Tempo di lettura: 6 min

Se pensiamo un bambino nato da qualche giorno, lo immaginiamo in braccio alla mamma che prende il latte dal seno. Mentre un bambino di 3 anni, lo immaginiamo che corre, salta, ride e gioca.

Cos’è successo in questi tre anni? Come ha fatto un bambino inerme a diventare un bambino attivo?


Cos'è l'infanzia. Periodo di giochi e scoperte

L'infanzia


Se in passato l’infanzia veniva definita nel periodo di tempo tra la nascita e la comparsa del linguaggio (da qui il termine latino “infans” ovvero “muto”, “che non sa parlare”), oggi si definisce l’infanzia quel periodo che inizia alla nascita e termina ai primi sei anni di vita.


Il bambino, alla nascita, si trova in uno stato di incompiutezza neuro-fisiologica: il compito dell’infanzia è quello di favorire lo sviluppo psico-fisico al fine di fare raggiungere al bambino competenze che possono portare all’autonomia.


Sulla base delle acquisizioni delle competenze, possiamo dividere l’infanzia in:

  • Prima infanzia: dalla nascita ai 3 anni

  • Seconda infanzia: dai 3 ai 6 anni.




La prima infanzia


Il periodo della prima infanzia, si riferisce all’accezione originaria della parola latina “infans” (ovvero “muto, “che non sa parlare”) proprio per indicare la fase precedente alla comparsa del linguaggio e all’utilizzo dei simboli verbali.

La prima infanzia si colloca, dunque, nel periodo tra la nascita ai primi tre anni di vita.


Il bambino quando nasce non è una tavola rasa, ma dentro di sé c’è già una dotazione neurobiologica che lo porta, in maniera istintiva, a relazionarsi al mondo che ancora non conosce.


Insieme a questa dotazione, intorno al neonato, si interfaccia:

  • un sistema familiare

  • le caratteristiche di genitori

  • le influenze sociali e culturali

Tutto ciò viene chiamato ambiente.


Quindi, la dotazione neurobiologica e l’ambiente permettono al neonato di costruire il proprio mondo interno, mettendolo di fronte ai suoi primi movimenti psichici.



Il primo anno di vita


Nell’infanzia, dunque, lo sviluppo comincia da una situazione di impotenza, ovvero uno stato di “neotenia”, e permette di raggiungere una condizione di autonomia.


“Non esiste un bambino senza una madre” sostiene Winnicott (1961), intendendo che il processo maturativo di un bambino dev’essere considerato attraverso un ambiente umano facilitante, quindi prima di tutto con la madre (o con qualunque persona che si occupa di lui in modo esclusivo).


Il bambino nei primi tre anni di vita, dunque, dipende dalle cure materne. Sempre secondo Winnicott, la crescita di un bambino di articola in tre fasi:

  1. la dipendenza assoluta

  2. La dipendenza relativa

  3. Verso l’indipendenza.


1. La dipendenza assoluta


Il ruolo della madre, quindi, diventa centrale per la crescita del figlio. “Nessun altro tranne lei sa cosa il bambino può sentire” (Winnicott, 1960). Per capirlo è necessario che la madre abbia una capacità di identificarsi con il bambino, capacità che non nasce da un istinto materno biologico, ma dalle esperienze di buone cure che la madre ha, a sua volta, ricevuto nella propria infanzia.


La madre, perciò, può identificarsi con le necessità del proprio piccolo trovando qualcosa dentro di sé, sulla base delle proprie esperienze infantili vissute, a sua volta, con la propria madre.


Non si tratta di competenze specifiche, ma di una capacità di accudire il proprio bambino in modo adeguato e “naturale”. Si parla, così, di madre sufficientemente buona.


Secondo Winnicott il termine “sufficientemente” diventa centrale poiché la perfezione non ha alcun significato: le mancanze materne fanno parte dello sviluppo, quello che conta è che le inadempienze vengano riparate affinché il bambino riceva un messaggio di affidabilità.


La madre sufficientemente buona non è, dunque, la mamma perfetta ma è “semplicemente” in grado di accettare il proprio risentimento nei confronti del piccolo senza “fargliela pagare”. Offre al bambino quelle cure che si adattano ai bisogni del bambino, come l’allattamento, il cullarlo, in tenerlo con sé, e ciò avviene grazie alla capacità della madre di identificarsi con le i bisogni del figlio.


Attraverso le cure di una madre sufficientemente buona (non perfetta!) il bambino può iniziare il processo di integrazione.

L’integrazione è un processo psicologico per il quale il bambino acquisisce un senso di esistere partendo da un iniziale stato di un cui non ha consapevolezza della realtà.


L’integrazione è, per Winnicott, una tendenza naturale propria di tutti gli esseri umani che necessita, per realizzarsi, dell’holding materno. La funzione di holding consiste nelle cure fisiche che la mamma offre al suo bambino: saper adattarsi a tutti i cambiamenti del bambino nel processo di crescita e poter contenere gli stati emotivi del figlio.


All’interno dell’holding, un aspetto importante è la funzione di handling, ovvero le cure delle madre rivolte al corpo del suo bambino nel lavarlo, accarezzarlo, ecc.

Tale processo diventa importante nello sviluppo del bambino poiché permette al bambino di fare esperienza del proprio corpo, dei suoi confini che delineano il limite fra ciò che lui “è” (il me) e ciò che lui “non è” (il non me).


2. La dipendenza relativa


Gradualmente, crescendo, le capacità del bambino aumentano: la vista migliora, diventa più forte fisicamente, riesce a muovere le mani e di conseguenza, anche la sua comprensione del mondo diventa più performante.


Prende così forma la capacità di potersi separare dalla madre e di conoscere la realtà. Questo è un processo difficile e delicato che, oltre ad una madre sufficientemente buona, richiede una zona intermedia, uno spazio transizionale, ovvero uno “stato intermedio tra la sua incapacità di riconoscere ed accettare la realtà e la sua crescente capacità di farlo” (Winnicott, 1951).



In questo spazio transizionale cominciano a comparire gli oggetti transizionali, ovvero gli orsetti, le coperte, le bambole che ogni bambino tiene gelosamente con sé (il famoso lenzuolo di Linus).


Gli oggetti transizionali rappresentano, quindi, qualcosa che “è la madre” e, al tempo stesso, qualcosa che “non è la madre”. Il bambino sta quindi affrontando, in modo creativo, quel problema che riguarda l’assenza della madre.


3. Verso l’indipendenza


Un pò alla volta, il bambino acquisisce la consapevolezza dell’esistenza personale separata dalla madre come persona intera. Avverte la madre come un “non-me” e allo stesso tempo diventa consapevole di un mondo interno proprio, il “me”.


In questo momento evolutivo, collocabile nei primi sei mesi di vita, nasce nel bambino la “capacità di preoccuparsi” (1963). La conquista della capacità di preoccuparsi è in relazione con la possibilità per il bambino di scoprire che la madre-oggetto “sopravvive a episodi dominati dalle pulsioni”, mentre la madre ambiente continua a essere sé stessa.


A questo proposito Winnicott parla dell’uso che il bambino fa dell’oggetto e della capacità della madre di farsi usare dal bambino attraverso il poter sopravvivere alle pulsioni infantili, continuando ad essere viva e disponibile per il suo bambino senza ritorsioni aggressive o mostrandosi distrutta.


In questa fase, ovvero dopo i sei mesi, i bambini amano il gioco del cucù oppure nascondo e fanno cadere gli oggetti per poi ridere alla loro ricomparsa.


Ma allora qual è il ruolo del padre?


Per Winnicott il padre deve:

  • proteggere la diade madre-bambino

  • sostenere la madre quando è impegnata nell’accudimento del bambino molto piccolo.


Tuttavia, quando viene superata la fase della dipendenza assoluta e quindi il bambino inizia a rapportarsi con le persone, il padre ha il ruolo di presentare il mondo al bambino.



Dal secondo al terzo anno


Al termine del primo anno di vita, il bambino ormai ha acquisito delle importanti competenze: inizia a parlare, a mangiare nuovi cibi e a camminare.


Comincia, quindi, un nuovo periodo in cui, compaiono delle nuove capacità, come la possibilità di controllare gli sfinteri, quindi di poter volontariamente trattenere e rilasciare gli stimoli corporei (l’urina e le feci) e, dunque, ci si da la possibilità di utilizzare il vasino.


Seguendo le istanze di Sigmund Freud, il bambino passa dall’iniziale fase orale alla successiva fase anale. Figurativamente, la possibilità di controllare gli sfinteri diventa il primo atto “attivo” del bambino, attraverso il quale può scegliere come agire e controllare la gestione di ciò che arriva dal suo corpo.


I prodotti del corpo, come le feci, sono preziosi oggetti per il bambino da regalare alla madre come segni d’amore, ma rappresentano anche delle armi, mediante le quali, si può esprimere rabbia, collera e delusione che si scaricano nel rapporto con i genitori.


Gli oggetti prodotti del corpo diventano così fonte di interesse come l’interno del corpo, compaiono dunque i giochi di riempimento e di svuotamento, il tastare, il pasticciare, l’ammucchiare, ma anche il distruggere e il dominare come espressione di una parte aggressiva che cerca un contenimento.


Il superamento della fase anale, attraverso il controllo degli sfinteri e, quindi, l’acquisizione della gestione degli stimoli provenienti dal corpo sulla base della richiesta della società (come ad esempio fare la cacca nel casino), indica l’accesso alla fase edipica che, in maniera figurativa, sancisce il termine della prima infanzia per accedere alla seconda parte dell'infanzia che si discuterà successivamente.


Bibliografia


  • Mangini, E. (2003). Lezioni sul pensiero post freudiano. Milano, Led.

  • Winnicott, D.W. (1951). Oggetti transizionali e fenomeni transizionali. In: Dalla pediatria alla psicoanalisi. Firenze, Martinelli, 1975.

  • Winnicott, D.W. (1960). Il rapporto iniziale della madre col bambino. In: La famiglia e lo sviluppo dell'individuo. Roma, Armando, 1987.

  • Winnicott, D.W. (1961). La teoria del rapporto infante-genitore. In: Sviluppo affettivo e ambiente. Roma, Armando, 1970.

  • Winnicott, D.W. (1963). Lo sviluppo della capacità di preoccuparsi. In: Sviluppo affettivo e ambiente. Roma, Armando, 1970.

  • Winnicott, D.W. (1971). Gioco e realtà. Roma, Armando, 1974.

  • Winnicott, D.W. (1989). Esplorazioni psicoanalitiche. Milano, Raffaello Cortina, 1995.

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Dott. Marco Semenzato
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