Adolescente chiuso in camera: quando il ritiro sociale è un campanello d'allarme
Aggiornamento: 24 set

La porta chiusa della camera, le ore che passano senza che il ragazzo ne esca, il rifiuto dei pasti in famiglia, l'evitare le serate insieme: sono situazioni sempre più comuni nelle famiglie. Negli ultimi anni, del resto, il fenomeno del ritiro sociale è in costante espansione, e colpisce soprattutto i ragazzi tra i 12 e i 18 anni.
È una realtà che incontro con frequenza crescente anche nella mia pratica clinica a Firenze, dove sempre più genitori si trovano ad affrontare il silenzio di un figlio chiuso in stanza.
Se la necessità di privacy e di differenziazione è propria di un naturale passaggio adolescenziale, quando possiamo distinguere una situazione comune da un ritiro vero e proprio, che invece cela una sofferenza più profonda?
Il ritiro in adolescenza non è sempre un problema. Anzi, la stanza è prima di tutto un laboratorio di riservatezza e, solo oltre una certa soglia, diventa una difesa rigida.
Cos'è il ritiro sociale
Non si può spiegare il ritiro sociale senza fare riferimento all'adolescenza.
L'adolescenza è un periodo della vita molto complesso: è la fase in cui si abbandona l'ideale infantile, si affronta una trasformazione corporea totale — che a volte può essere percepita come mostruosa — e si fa sentire, talvolta in modo impietoso, il confronto con gli altri.
Se a tutto questo aggiungiamo il compito principale dell'adolescenza, ovvero diventare adulti, possiamo capire perché il rapporto con il mondo esterno diventi complicato, e perché possa portare a ritirarsi in luoghi dove le stesse difficoltà esistono, ma in forma più tollerabile — come, ad esempio, la propria camera.
La camera dell'adolescente, infatti, non è soltanto il luogo in cui si dorme: è lo spazio dove scoprire la propria intimità separata dai genitori, coltivare le proprie passioni, conoscere autonomamente parti nuove di sé. Un posto "sicuro" dove rifugiarsi quando i movimenti inevitabili dell'adolescenza diventano spaventosi.
Quando il ritiro nella camera diventa un segnale di disagio?
Un ritiro sociale, però, non è solo un rifugio: ha a che vedere anche con la fuga. La fuga da un ideale di sé che sembra impossibile da raggiungere, dal confronto con gli altri, da uno specchio che restituisce un corpo irriconoscibile, dalle relazioni stesse.
Spesso la soluzione che si trova per (non) affrontare queste difficoltà è passare molto tempo davanti agli schermi, osservando i social o "scrollando" le vite altrui: luoghi in cui ci si avvicina alla vita restando nella posizione di spettatore, una posizione che garantisce un'ottima osservazione degli altri evitando, al contempo, di doversi mostrare — proteggendosi così da uno sguardo altrui percepito come inquisitorio.
Allo stesso modo, i videogiochi, se usati come rifugio sociale, possono contribuire a un'illusione di onnipotenza, alla negazione dei bisogni relazionali, all'evitamento del contatto con il mondo esterno, quello reale.
Ci sono, dunque, alcuni segnali che vale la pena osservare per ipotizzare un disagio più profondo:
La quantità di tempo che il ragazzo passa nella stanza
La perdita di interessi che prima, invece, esistevano
La chiusura di relazioni di amicizia importanti
La difficoltà a riconoscere il problema: spesso il ragazzo minimizza o nega ("sto benissimo"), il che rende ancora più difficile per il genitore capire quanto la situazione sia seria
La presenza di altri indicatori, come un calo del rendimento scolastico, cambiamenti legati all'alimentazione o problematiche familiari insorte nel frattempo
L'inversione del ritmo sonno-veglia
Atteggiamenti di chiusura con i genitori o conflitti rabbiosi frequenti
Il ritiro sociale: una prospettiva psicoanalitica
Abbiamo detto che il ritiro sociale va letto all'interno del contesto adolescenziale, e che alcuni movimenti che sembrano ritiri fanno parte, in realtà, di un'inevitabile crescita.
L'adolescenza richiede, infatti, un processo di disinvestimento nei confronti delle figure genitoriali, ovvero quel naturale distacco per cui i genitori smettono di essere visti come infallibili, per far spazio alla ricerca di chi si è davvero. L'investimento affettivo ritirato dai genitori si sposta, dunque, riversandosi sull'Io dell'adolescente che poco alla volta acquista sensazioni di onnipotenza, di invincibilità, ed è narcisisticamente pieno.
Se questo movimento poggia su basi poco solide, però, l'investimento su di sé non riesce a realizzarsi, e ciò che resta è una sensazione di inadeguatezza, di vuoto interno. Sopraggiunge così la sensazione di essere diventati dei "mostri", incapaci di sostenere il confronto con gli altri, la cui unica soluzione diventa ritirarsi in un mondo che non richiede nulla: nessun paragone, nessuno sguardo.
Da questa prospettiva, il ritiro sociale non sembra un'assenza di relazione, ma un tentativo di far fronte alle proprie difficoltà. Lo stesso schermo che protegge dallo sguardo altrui può infatti diventare, in altre circostanze, lo spazio in cui una relazione continua a esistere, sia pure in una forma diversa da quella che un genitore riconoscerebbe come tale.
I videogiochi attuali, del resto, permettono non solo di giocare insieme ma anche di comunicare a voce: spesso gli adolescenti di oggi, seguendo questa modalità, costruiscono vere e proprie amicizie online.
Le relazioni online sono una forma di contatto "a bassa intensità emotiva" che protegge dall'ansia dello sguardo reale, ma che non può sostituire la complessità del corpo e della presenza. È un ponte o un anestetico, non la meta.
Tuttavia tali relazioni online mostrano che anche l'adolescente ritirato nella sua camera compie dei tentativi di socializzazione, sulla base delle proprie possibilità. Non sembra anche questo un modo di restare un po' meno isolati?
L'adolescente ha dunque la necessità di costruire relazioni con i pari — ma a volte è proprio questa necessità a bloccarlo.
Cosa può fare un genitore?

Se si riconoscessero queste caratteristiche nel figlio, potrebbe essere utile provare a comprendere la sua situazione emotiva, tenendo a mente alcune linee guida:
Evitare, per quanto possibile, critiche e ricatti emotivi
Spostare il focus dalla "guarigione" all'ascolto: smettere di chiedere "quando torni a scuola?" e iniziare a chiedere "come stai oggi?"
Essere presenti, anche silenziosamente, restando vicino senza colpevolizzarlo
Non fare della stanza un campo di battaglia: evitare di staccare il Wi-Fi di colpo o forzare la porta, azioni che aumentano l'angoscia e la reattività
Consultare uno specialista anche senza il coinvolgimento del figlio
Consultazione e supporto genitoriale a Firenze
Riconosce queste difficoltà in suo figlio? Non deve affrontarle da solo: presso lo studio di Firenze offro percorsi di consultazione psicologica per adolescenti e colloqui di supporto alla genitorialità.
Dott. Marco Semenzato – Psicologo Psicoterapeuta
Sede: Via dello Statuto 16, 50129 Firenze (Zona Statuto / Fortezza)
Telefono: 334.7938996
E-mail: dottsemenzato@gmail.com




Commenti