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Fobia scolare e rifiuto di andare a scuola: quando inizia e perché

29 set
Tempo di lettura: 6 min
Tavolo della colazione con tazza, diario e zaino appeso alla sedia: il rifiuto di andare a scuola al mattino

Quasi tutti i genitori conoscono la scena: il lunedì mattina, poco prima di uscire, il figlio si lamenta di un mal di pancia o di un mal di testa.

Un periodo di difficoltà con la scuola è comprensibile e, spesso, passa da sé. A preoccupare non è il singolo episodio, ma il suo ripetersi: quando il malessere torna ogni mattina e le assenze si accumulano, potremmo trovarci di fronte a qualcosa di più profondo, che merita attenzione.

Il rifiuto di andare a scuola è una realtà che incontro con frequenza crescente nella mia pratica clinica a Firenze. Sempre più genitori si trovano ad affrontare, spesso con un senso di impotenza e frustrazione, assenze scolastiche sempre più numerose, senza capire da dove nascano.



Cos'è il rifiuto scolastico (e cosa non è)


Il rifiuto scolastico è una difficoltà persistente a frequentare la scuola. Ogni tentativo di convincimento da parte dei genitori o degli insegnanti si scontra con una resistenza che il ragazzo stesso, spesso, non riesce a spiegare. Nei casi più gravi può portare a lunghi periodi di assenza e, infine, all'abbandono del percorso scolastico.

Non va confuso con il semplice disinteresse per lo studio o con la pigrizia del mattino. Non è nemmeno la stessa cosa del "marinare la scuola". Chi marina la scuola di solito nasconde le assenze ai genitori e non mostra particolare angoscia. Nel rifiuto scolastico, al contrario, i genitori sanno perfettamente che il figlio è a casa e la sofferenza è evidente. Il rifiuto scolastico si distingue inoltre dal ritiro sociale, benché i due fenomeni possano sovrapporsi: qui la difficoltà riguarda la scuola, mentre il resto della vita sociale può restare relativamente intatto.

Dietro il rifiuto di andare a scuola possono esserci cause diverse. Una delle più frequenti, e quella di cui parlo in questo articolo, è la fobia scolare: una paura intensa e difficilmente controllabile di andare o restare a scuola. Non è la scuola in sé a spaventare, ma ciò che la scuola porta con sé: la separazione dai genitori, il confronto con gli altri, lo sguardo degli adulti e dei coetanei.



Come riconoscere la fobia scolare: i segnali


La fobia scolare può esprimersi in molti modi:

  • pianti e forti resistenze al momento di uscire di casa;

  • dolori fisici ricorrenti (mal di testa, mal di pancia, nausea);

  • disturbi del sonno, soprattutto la sera prima di un giorno di scuola;

  • tremori, crisi d'ansia o veri e propri attacchi di panico;

  • irritabilità o reazioni aggressive quando si insiste per andare a scuola.

Un segnale caratteristico è il ritmo di questi sintomi. Tendono ad attenuarsi nei fine settimana e durante le vacanze e a ricomparire puntualmente la domenica sera o al rientro dopo una pausa. È comunque buona regola far visitare il figlio dal pediatra, per escludere cause organiche dei disturbi fisici.

Quando preoccuparsi? Quando le difficoltà durano da alcune settimane, quando le assenze aumentano invece di diminuire, quando la famiglia si ritrova a organizzare le proprie giornate attorno al problema.

Un discorso a parte meritano gli atti autolesivi: se ci sono, non bisogna aspettare e occorre chiedere subito l'aiuto di un professionista.



Quando inizia: la fobia scolare nelle diverse età


La fobia scolare può comparire in qualsiasi momento del percorso scolastico. I momenti più delicati sono l'ingresso nella scuola dell'infanzia o nella primaria, i passaggi da un ciclo scolastico all'altro, la preadolescenza e l'adolescenza. L'età in cui compare è un elemento importante, perché cambia il significato del sintomo e, di conseguenza, le prospettive di intervento.


Nell'infanzia

Nel bambino la fobia scolare ha a che fare soprattutto con l'angoscia di separazione. Il problema non è la scuola in sé, ma il distacco dalle figure di attaccamento.

A volte il bambino "assorbe" la preoccupazione di un genitore che fa fatica, a sua volta, a lasciarlo andare da solo. Altre volte il rapporto con gli insegnanti riattiva conflitti già presenti nella relazione con i genitori, e il bambino trova nella scuola un bersaglio più accettabile su cui spostare la propria ostilità.

In questa fase i processi evolutivi di emancipazione sono ancora in pieno svolgimento e il bambino dispone in genere di buone risorse per superare la difficoltà. Nella maggior parte dei casi un intervento breve, che coinvolga anche i genitori, è sufficiente a sbloccare la situazione.


In preadolescenza

Anche in preadolescenza, il periodo del passaggio dalla scuola primaria alla secondaria di primo grado, la personalità è ancora in formazione. Per questo la fobia scolare tende, anche qui, a risolversi in tempi relativamente brevi. Tra le sue cause, però, cominciano ad affacciarsi elementi nuovi: l'immagine di sé, il corpo che cambia, il confronto con i coetanei.


In adolescenza

In questa fase il quadro cambia natura e l'angoscia di separazione, da sola, non basta più a spiegarlo.

Al centro c'è spesso una fragilità nella stima e nell'immagine di sé, quella che in psicoanalisi viene definita come "fragilità narcisistica". Fino ad allora era rimasta silenziosa, compensata da un buon funzionamento. Sono ragazzi che spesso vanno bene a scuola ma che tollerano molto poco le frustrazioni. Così, anche un piccolo insuccesso – un brutto voto, una figuraccia davanti ai compagni – può incrinare un'identità ancora fragile come cristallo.

Come ho scritto nell'articolo Adolescente chiuso in camera: quando il ritiro sociale è un campanello d'allarme, l'adolescenza chiede ai ragazzi di affrontare un "secondo processo di separazione-individuazione", come lo ha definito Peter Blos. In questo delicato processo, l'affetto e l'investimento, che fino ad allora erano rivolti ai genitori, devono ora trovare nuove direzioni: verso sé stessi, per costruire una propria identità, e verso nuovi legami, a cominciare dai coetanei.

Se questo movimento non trova basi solide, il vuoto lasciato dal distacco dai genitori non viene riempito da un sano investimento su di sé. Allora il confronto con i pari e con gli adulti può diventare impietosamente giudicante, e la scuola, che è proprio il luogo di quel confronto, si trasforma in un territorio troppo pericoloso e doloroso.

Come nel ritiro sociale, il ragazzo può allora rifugiarsi in spazi dove pensieri ed emozioni restano "anestetizzati", spesso i social o i videogiochi.

Quando compare in adolescenza e non viene affrontata, la fobia scolare rischia di cronicizzarsi. Nei casi più gravi può aprire la strada alla condizione dei cosiddetti NEET (Not in Education, Employment or Training): giovani che non studiano, non lavorano e non sono inseriti in percorsi di formazione. Per questo, in adolescenza, serve di solito un intervento più strutturato e prolungato.



Cosa può fare un genitore


Davanti a un figlio che non vuole andare a scuola, la prima reazione di molti genitori è comprensibilmente quella di costringerlo, attribuendo il rifiuto a pigrizia o disinteresse.

Nella fobia scolare, però, la situazione è più complessa. Spesso non si riesce più a distinguere dove sia iniziato il problema: nel figlio, nella scuola o nella famiglia. È una sorta di "treccia a tre capi" che, per essere sciolta, richiede un approccio corale, capace di tenere insieme tutti e tre i fili.

Le assenze, quindi, non sono il problema: sono la conseguenza di un intreccio di condizioni. Alcune indicazioni possono aiutare:

  • Non ridurre tutto a una questione di volontà. Punizioni, minacce o lunghe prediche su quanto sarebbe giusto tornare a scuola tendono ad aumentare l'angoscia, non a ridurla.

  • Non forzare, ma nemmeno rinunciare. Non forzare il rientro non significa accettare che il figlio resti a casa a tempo indeterminato: più l'evitamento si prolunga, più la paura si consolida. Il ritorno a scuola resta un obiettivo, da raggiungere per gradi e con il giusto sostegno.

  • Parlare con la scuola. Coinvolgere il coordinatore di classe e gli insegnanti permette di costruire un'alleanza, anziché gestire le assenze in solitudine.

  • Mantenere un filo con la classe. Compiti, contatti con uno o due compagni di riferimento: piccoli legami che rendono il rientro meno difficile.

  • Chiedere aiuto presto. Prima si interviene, più il percorso è breve.

Un percorso di psicoterapia permette di comprendere il significato di quel rifiuto e di sostenere la crescita del figlio. Il lavoro coinvolge, quando serve, anche i genitori.

In questi casi, è importante che la relazione di fiducia con il terapeuta non dipenda dall'esito immediato, cioè dal fatto che il ragazzo torni o non torni subito a scuola: è proprio questa libertà a rendere possibile il cambiamento.



Sostegno psicologico e supporto genitoriale a Firenze


Riconosce queste difficoltà in suo figlio? Non deve affrontarle da solo: presso lo studio di Firenze offro percorsi di sostegno psicologico per bambini, adolescenti e colloqui di supporto alla genitorialità. Possiamo cercare insieme di capire che cosa sta accadendo e quale sia il percorso più adatto. → Maggiori informazioni sul sostegno alla genitorialità


  • Dott. Marco Semenzato – Psicologo Psicoterapeuta

  • Sede: Via dello Statuto 16, 50129 Firenze (Zona Statuto / Fortezza)

  • Telefono: 334.7938996

  • E-mail: dottsemenzato@gmail.com





Per approfondire

  • AIPPI – Dizionario AIPPI per genitori, voce "Fobia scolare". aippiweb.it

  • Blos P. (1962). On Adolescence. A Psychoanalytic Interpretation. New York: The Free Press (trad. it. L'adolescenza. Un'interpretazione psicoanalitica, FrancoAngeli, Milano 1993).

  • Blos P. (1967). The second individuation process of adolescence. The Psychoanalytic Study of the Child, 22: 162-186.

  • De Masi F., Moriggia M., Scotti G. (2020). Quando la scuola fa paura. La fobia scolastica spiegata a genitori, docenti, psicologi e psicoterapeuti. Milano: Mimesis.

  • Diatkine R., Valentin E. (1990). Le fobie scolastiche dei bambini più grandi e degli adolescenti. In Lebovici S., Diatkine R., Soulé M. (a cura di), Trattato di psichiatria dell'infanzia e dell'adolescenza, vol. 2. Roma: Borla.

  • Freud A. (1936). L'Io e i meccanismi di difesa (trad. it. Martinelli, Firenze 1997).

  • Johnson A.M., Falstein E.I., Szurek S.A., Svendsen M. (1941). School phobia. American Journal of Orthopsychiatry, 11(4): 702-711.


 
 
 

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